con(chi)divido il tempo.

La delusione un poco tra i segni della fronte, l’altro poco nelle labbra strette fortissimo. serrate. Il dolore o urla o tace. Si apparecchia sempre per sparecchiare e questo si sa…. poi ci sono i modi…e non sono la prima e non sarò l’ultima a darmela a gambe levate. Che non si possono condividere certi percorsi con tutti. E non ho voglia di ripetere quella frase lì, sulle idee e la morte e….che tanto la sapete tutti. Però davvero io comincio a credere che tutte le anime buone prima o poi decidano di lasciarlo il corpo, e mi sento circondata solo da robe che strisciano. Ed è pena e tormento. Forse dovrei ordinare mezzo plasil per la nausea, ma credo non basterebbe. Ci sono persone che credono che per liberare uno spazio occorre invaderlo di altre catene, vincoli, competizioni. Questo si chiama occupare. Ed è cosa differente.

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titoli sottotitoli e meraviglie.

“Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua” (Emily Dickinson)

Voi ce l’avete un posto nel quale entrate con pensieri piccoli e ne uscite con cose meravigliose? Io mi auguro che sì. 

E non posso raccontarla neanche obliqua la verità, ma sta prendendo forma, e sembra tutto così semplice quando accade. Quando facciamo i conti senza l’oste. Quando ci lasciamo guidare solo dai nostri desideri, e dal mondo come lo vorremmo. Quando ci inventiamo nuove forme. Nuove declinazioni. Quando ci raccontiamo per ideare. Quando ci bastano una stanza fredda, un paio di pc, qualche birra e tutto l’entusiasmo nelle parole. Quando basta crederci. Quando basta fidarsi e poi offrire.

Questa volta meno dibattito e più racconto. Questa volta abbiamo pezzi di cuore da raccontare e farci raccontare. Una ragione che non me ne voglio fare. Una perdita che fa dolore sempre e per sempre. A molti. Una voce che avrei voluto sentire ancora e ancora. Spero di non piangerti troppo a maggio. Ma anche i mesi prima. Avrei dovuto sbrigarmi si, questo il rimpianto. 

Certo che…il tuo giudizio l’unico che temevo. E invece…adesso..

Certo che questo forse è l’abbraccio che ho mancato. 

Certo è, che sarà forte come l’idea che conservo. Di quelle che restano. Come Te. 

parlano parole registrate

Non è necessario il gesto che non è mai arrivato. Era solo una facciata. Il vento smuove la percezione. Vedo case senza stanze. Coperta fino al naso, immobile nel letto, sudando e ripetendo mentalmente parole che adesso non vogliono dire niente. Suoni che si allontanano gli uni dagli altri. Qualcuno con le mani nelle tasche della giacca plasma la prossima morte e te ne mostra la trasparenza. Parla di social, tredicesime e panni sporchi da lavare. Oggetti per la pulizia cominciano a levitare nell’immaginazione. Si muovono per impulsi istantanei. Qualcuno finirà si farà male. I poliziotti hanno bevuto urine anarchiche. Qualcuno si è messo ad applaudire. Ho visto una donna con la bocca cucita, urlare forte dal naso. Non c’era nessuno ad applaudire. Mani in corso di frammentazione, scrittura che scompare come scompaiono l’amore, l’amicizia, i vicoli ricorrenti negli incubi, il mare in inverno…..tutto questo è interiore. Forse per questo scelgo di vivere sola e non fare quasi niente. La pioggia pulirà mai i vetri della finestra? Sotto un cielo gelido intanto scrivo, scrivo per vedere cosa succede a stare immobile e non per piacere. 

coreografia di un silenzio

forse è meglio che io non comprenda fino in fondo che parole borbotto, con che preghiere mi addormento. non ascolto… mancarsi, non perdersi, è sventura persistente. Gesto per gesto, parola per parola ripasso stracci di vita che conosco ormai a memoria. Certi li conservo poi nella curva dei fianchi, nel niente del costato. Riesco a trattenerti a lungo sulla punta delle dita, mi sono allenata come per il fiato, eppure non mi leva sete nè fame l’esercizio. Ho intaccato la polpa, di questo cuore, a tal punto che mi sembra di averci trovato dell’osso e non ci sia davvero più niente da prendere e dare. Lo tengo per mano questo mite, domestico dolore, è un modo per non uscire dall’abbraccio, continuare a credere che sia stato vero anche la volta in cui si è rotto.

in coscienza.

né più né meno di quello che possiamo. essere io. tu. più neutrali di così. questo spenderci cadenzato, seppure l’hai permesso, non dà quiete ma non dà dolore.
questa lieve febbre dalla notte si trascina, si trascina in giorno, ci consuma il buio. si torna da una zona di niente, si cerca di capire… fin dove bisogna coprirsi. finché non si stanca l’anima ad aspettarsi o rincorrersi. sarà il fiato a venir meno? e non ci vedo follia nel mio confondermi più del normale se non liberi mai niente in più. coraggio è solo una volta.

io credo che è da qui che ricomincia, dove io comincio a finire, se proprio deve.

 

e se l’oplà porta l’eco del sogno. 

in coscienza

rispondo peccato. sì, peccato. ma non pensiamoci più. 

coraggio è solo una volta. 

traccia7

Non saranno mai banali quattro dita di barba se arrivano a far tornare così leggeri. E non sono triste se nei tuoi abbracci mi scompongo e ricompongo come lo scorso ottobre. Chissà perché ci ha rivisti questo mese. Ancora a ballare. Come se nessun tempo ci fosse stato in mezzo, o quasi.  ci vuole attenzione con il valzer si rischia di inciampare ad ogni giro. Le sorprese sono bellezza, mai si sa che cosa ne può venire, hai detto. Ed io non mi aspettavo di rivederti anche se sapevo bene che eri qui, e avrei potuto contare il numero esatto dei passi che ci sono da casa mia a dove dormi, che è un posto troppo vicino a dove trascorro le mie ore, un posto che è catena che mi libera. Ci sono vite che si nutrono di contraddizioni. Sapessi quante ne ho sentite da luglio. Davvero mi erano parsi un buon augurio un silenzio e uno sguardo. (Le parole. A volte vanno scritte. Non si sa mai. Vanno, loro, irresponsabili. Perché vogliono essere libere). Io adesso alcune però mi sento di far finta di non sentirle, come quelle che facevano, mi fermerò più a lungo possibile. Mastico solo il qui e ora. Ma non quel qui e ora misero che ho intravisto in maschera una sera di agosto. Non quel qui e ora che viaggiava insoddisfatto a mendicare sorrisi che non sapeva regalare. La rivelazione celata in un soprannome non andava sottovalutata.  Ma questa è un’altra misera storia di cui forse ti racconterò. E no. Non riesco ad essere triste. Anche se per poco. Anche se diverso. Mi sai di un tempo e un luogo che non riesco a lasciare mai del tutto. La tristezza è solo in quella bellezza cercata che descrivi… Ma di sicuro una cosa c’è, ed è che fuori, ci sono tanti semi. In tanti non vogliono crescere, perché potrebbero morire. Ma non saranno mai belli. Quella bellezza che invece possono dare se osservati, annusati, toccati, coltivati, curati, seppure poco. 

Chissà che parole libereremo nel prossimo a presto. 

Condizione necessaria: esprimere solo desideri che si hanno.

Il dispiacere ha comunque un corpo in mostra e facce stropicciate, invece niente. Ci sono molti modi per riparare, ho visto gente con cemento, chiodi, colle, puntine, silicone ridare vita a cose che sembravano ormai perse, crepate, rotte per sempre. Ma nessuna riparazione è mai partita per concludersi con l’immobilità. Ci sono situazioni invalidanti, davvero. Ci sono persone conciliati. Ma altre, davvero…

Siamo veri nel tempo limitato della pronuncia del nostro nome, nel tempo dato e poi negato, nel piccolo spazio aperto intorno a noi, e nel vuoto poi propagato dentro noi.  Certe volte siamo più veri nell’atto del sottrarci, negli atti mancati. Nel bene, nel male. Un dono di continuità. Continuità con ciò che si è. Con quello che si dice. Altri gradini di sensibilità, senza soglie di dolore per i lamenti della mente, se il mondo conoscesse solo la musica della parola abbraccio.

Non ho condizioni necessarie per partire, solo appena sufficienti, eppure spingono. 

traccia 6

Mi hai risposto che è lo stomaco che comanda e che ti chiedi perché è stata lasciata alla testa tutta la responsabilità dell’oggi. Il viaggio era l’altra cosa di cui avrei voluto sapere, ma poi ho finito i caratteri. Lo sapevo che saresti andato. E anche nei giorni della permanenza ci hanno tenuto in molti a far sapere che eri lì. Ci sono cose che camminano sempre associate ad altre. Anche quando altro non c’è più. Come i bambini che hai visto parlare, e ballare lungo le mie strade e che ti hanno riportato a quel passato non vissuto, o vissuto male, in fretta. C’è sempre tempo per tornare bambini. E disegnare case e alberi. Ne ho ritrovato uno ieri, dei tanti che mi hai lasciato e sotto c’era scritto “by tavolozza di colori”. Ho sorriso. Poi l’ho messo via, tra i semini e le lettere. Non li ho piantati i non ti scordar di me, che poi sai come sono i fiori, durano poche ore o giorni e poi muoiono….ho pensato che solo i semi restano. rEsistono. Hai mai visto un seme morire? 

Lo stomaco. La pesantezza dei giorni privi di parole. 

Dici che forse.

il peso forse mai se ne andrà, che forse bisogna sfruttarlo sentendolo. 

O forse….

 

Alle prossime parole hai detto. 

Alle prossime parole ho ripetuto.