Se anche oggi tu mi chiedessi di raccontarti qualcosa, mentre siam lì che ti aiuto a pelar le patate, io che posso solo a patto che racconti, ti direi che si possono guardare ancora le rondini da quel balcone in discesa, ma mancherebbero le quattro dita della tua barba a cui aggrapparsi nel caso quasi certo di vertigini. Ti direi che Milano è bella anche oggi, ma meno di ieri, e della fine dello scorso anno. Che non dormo più con la tua maglietta da tempo, ma non mi sposto mai da questa città senza il tuo zaino. Siamo stati insieme a Bologna, Torino, Como, Val Susa e anche in Sicilia. Forse ti confesserei che più volte ho avuto la tentazione di strappare la tua ultima lettera, ma poi non riesco neanche a toccarla e allora la lascio li, insieme alle altre e ai semini. Non mi scorderò di te. E ogni tanto la apro ancora la buca delle lettere sperando di trovarti in qualche brandello di carta, cartoline di posti che abbiamo visitato insieme, giochino sciocco fatto per stupire. E’ magra consolazione, nei lunghi periodi di lontananza e silenzio che ci imponiamo, vedere che mi cerchi nelle nostre canzoni, ma pur sempre consolazione. Mi pensi e non lo dici. Ti sento e non lo dico. Avrei potuto fare anche questa volta il gioco in cui ti imbarazzi e sorridi e abbassi lo sguardo mentre dici che son tremenda. Ma non l’ho fatto. E ti direi di smetterla con tutti questi saluti, che da dicembre ne ho contati almeno quattro,e tre erano salatissimi e umidicci. Ti direi ma meglio che. Facciamo un’altra volta. Tu intanto continua ad immaginarmi come un muffin che ti rincorre fino alla fermata del tram.   

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