Non posso né parlare, né tacere, o meglio: parlo anche quando taccio…è che ora sono tutta un’unica parola. (Questa carta bianca che non vuol finire…)

Sai che i sogni buoni e realizzabili li tengo in mezzo al cotone? E che invece, nel cassetto al buio e senza aria ci metto solo quelli che non saranno mai, quelli da soffocare? Sì, faccio così, li tengo insieme con un nodo strettissimo, li metto lì nel canterano e aspetto, poi tiro un po’ fuori il cassetto per vedere se sono soffocati, altrimenti lo richiudo e continuo così sino alla fine.

Forse faccio un torto enorme se mi ascolto. Forse faccio un torto enorme se ti ascolto. Ma tu hai tappato lo sguardo e girato le orecchie.

Tra la distanza intanto, nella mia debolezza voglio bene a quasi tutto ciò che di tuo è nella mia camera. E mi chiedo perché non abbiamo utilizzato meglio il nostro tempo a Vienna? Ed è assurdo chiedere, se in qualche modo è possibile in questo mondo senza appigli (dove uno si strappa via o viene strappato via e non sa dove salvarsi) non allontanarsi una, o mille volte, e proprio adesso, o forse poco prima. Del resto questa non è una supplica e non è rivolta a te, non so dove sia rivolta. E’ soltanto il respiro affaticato di un petto un poco oppresso.

non me lo so proprio immaginare un mondo senza musica.

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